Dottrina militare Responsabilità di comando Guerra Giusta Fragging Diritto internazionale umanitario (DIU) Prigioniero di guerra


Dottrina militare
Responsabilità di comando
Guerra Giusta
Fragging
Diritto internazionale umanitario (DIU)
Prigioniero di guerra

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Dottrina militare

«L’istruzione militare consiste nel ridurre la conduzione della guerra a un
complesso di regole e a un sistema di procedure, e pertanto nel rendere ordinato
e razionale ciò che è essenzialmente caotico e pulsionale.»
(John Keegan)

La dottrina militare è la disciplina volta a descrivere e codificare il
contributo delle forze armate nelle campagne militari, nelle principali
operazioni militari, battaglie e nei cosiddetti “#ingaggi”.

CARATTERISTICHE
Si tratta di una guida per l’azione, non già di una “dottrina” in senso
dogmatico e rigido. La dottrina fornisce una “chiave di lettura”, una cornice
per l’interpretazione delle cose militari. Agevola la standardizzazione delle
operazioni, facilitando la prontezza operativa con lo stabilire dei modi comuni
di eseguire compiti militari. Unisce teoria, storia, sperimentazione e pratica.
Il suo obiettivo è incoraggiare l’iniziativa ed il pensiero creativo. Fornisce
ai militari un corpus autorevole di massime su come le forze militari conducono
le operazioni, mettendo a disposizione un glossario ad uso di chi pianifica e
comanda l’attività della difesa.

BIBLIOGRAFIA

  • Barry Posen, The Sources of Military Doctrine: France, Britain, and Germany
    between the World Wars, ISBN 0-8014-9427-3

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Responsabilità di comando

Palazzo della Pace a L’AiaResponsabilità di comando, qualche volta denominata anche Norma Yamashita o
Norma Medina, è una dottrina sulla responsabilità gerarchica nei casi di crimini
di guerra.

La dottrina della “Responsabilità di comando” fu stabilita nelle Convenzioni
dell’Aia IV (1907) e X (1907) e fu applicata per la prima volta dalla Corte
Suprema Tedesca a Lipsia dopo la Prima guerra mondiale nel processo di Emil
Muller.

La “Norma Yamashita” si basa sul precedente costituito dalla Corte Suprema degli
Stati Uniti nel caso del Generale Giapponese Tomoyuki Yamashita. Egli fu
perseguito, in un processo ancora controverso, per le atrocità commesse dalle
truppe sotto il suo comando nelle Filippine. Yamashita fu accusato di
“Violazione della legge a seguito della mancanza nell’adempiere al suo dovere di
comandante di controllare gli atti dei membri sotto il suo comando, permettendo
loro di commettere crimini di guerra.”

La “Norma Medina” di basa sul perseguimento del Capitano dell’ Esercito US
Ernest Medina in relazione al Massacro di My Lai durante la Guerra del Vietnam.
Essa ritiene che un ufficiale in comando, essendo a conoscenza di violazioni dei
diritti umani o di crimini di guerra è passibile penalmente nel caso in cui non
agisca. (Medina fu, tuttavia, prosciolto da tutte le accuse.)

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Guerra giusta

La dottrina della guerra giusta è un campo di riflessione della teologia morale
cristiana che stabilisce a quali condizioni dichiarare una guerra, e combattere
per vincerla, sia lecito per un cristiano. Secondo questa dottrina

(LA)«bellum non est per se inhonestum.»

(IT)«la guerra non è in sé stessa intrinsecamente illecita.»

La dottrina della guerra giusta si ritrova sia nell’elaborazione morale
cattolico-romana, sia in quella della teologia riformata classica, che – in nome
del principio della sovranità delle sfere e del riconoscimento dell’origine
divina dell’autorità civile – considerava compito della riflessione teologica
pronunciarsi anche su questioni di natura prevalentemente politica, da
risolversi poi sul piano del diritto senza un intervento diretto delle Chiese.
Al contrario, nella morale cattolica, non veniva assegnata una reale autonomia
al potere politico, in quanto quest’ultimo era subordinato alle imposizioni
morali del magistero ecclesiastico.

ELABORAZIONE STORICA
Considerazioni morali sulla guerra erano già comparse nel pensiero cristiano
delle origini : fare la guerra, tuttavia, era visto come totalmente contrario al
messaggio di amore verso i nemici predicato da Gesù Cristo e alla pace interiore
che ogni cristiano dovrebbe conservare in sé stesso.

Se però i Padri della Chiesa condannavano la guerra in quanto tale, ad ogni
condizione, già Agostino d’Ippona elaborò una visione più sfumata ed articolata:
egli infatti riteneva giustificabile la guerra a condizione che questa
rientrasse nei decreti della divina Provvidenza. Le guerre condotte dall’Impero
romano, per esempio, erano da considerarsi moralmente lecite:

(LA)«Inferre autem bella finitimis et in cetera inde procedere ac populos sibi
non molestos sola regni cupiditate conterere et subdere, quid aliud quam grande
latrocinium nominandum est? […] Belligerare malis videtur felicitas, bonis
necessitas. […] Iusta gerendo bella, non impia, non iniqua, Romani imperium
tam magnum adquirere potuerunt.»

(IT)«Come chiamare una guerra fatta contro popoli inoffensivi, per desiderio di
nuocere, per sete di potere, per ingrandire un impero, per ottenere ricchezze e
acquistare gloria, se non un brigantaggio in grande stile? […] Per i malvagi,
fare la guerra è una fortuna; per i buoni, tuttavia, la guerra è una necessità.
[…] I Romani hanno potuto conquistare un impero così grande combattendo guerre
giuste, non empie, non inique.»

(Agostino, De Civitate Dei IV,6.15)Tommaso d’Aquino concorda sostanzialmente con Agostino, definendo come guerra
giusta quella dichiarata da un’autorità legittimamente costituitasi, per una
giusta causa e per perseguire giusti fini. Quando sono rispettate queste tre
condizioni, persino l’uso dell’inganno o di mezzi subdoli è accettabile:

(LA)«Sed contra est quod Augustinus dicit, in libro quaest., cum iustum bellum
suscipitur, utrum aperte pugnet aliquis an ex insidiis, nihil ad iustitiam
interest. Et hoc probat auctoritate domini, qui mandavit Iosue ut insidias
poneret habitatoribus civitatis hai, ut habetur Ios. VIII.»

(IT)«In contrario, sant’Agostino afferma: “Quando s’intraprende una guerra
giusta, ai fini della giustizia non interessa nulla che uno combatta in campo
aperto o con imboscate”. Agostino lo dimostra con l’autorità del Signore, che
comandò a Giosuè di preparare un’imboscata agli abitanti di Ai.»

(Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, IIª-IIae q. 40 art. I)Già presente in forma
embrionale negli scritti di Agostino d’Ippona, ed elaborata soprattutto dalla
teologia scolastica, la dottrina della guerra giusta venne poi approfondita
dalla teologia morale dei secoli XVI e XVII nel contesto dello sviluppo degli
Stati nazionali e dell’approfondimento della disciplina del diritto
internazionale. I moralisti più famosi di quest’epoca furono Domingo de Soto,
Luis de Molina e Francisco Suárez.

CONTENUTI ESSENZIALI DELLA DOTTRINA DELLA GUERRA GIUSTA
Secondo la dottrina della guerra giusta, la guerra è l’extrema ratio per
risolvere una controversia tra Stati in sé sovrani. Se ogni Stato è sovrano,
infatti, ogni conflitto tra interessi – anche legittimi – scoppiato tra due o
più Stati dovrebbe essere risolto per via di trattative; ma qualora la via della
trattativa non dia il risultato atteso, è lecito adire alla via della guerra.

Secondo l’enunciazione tradizionale di questa dottrina, perché una guerra non
sia inhonesta – cioè “intrinsecamente illecita” – si devono verificare tre
condizioni (le prime due riassunte sotto l’espressione jus ad bellum, il
“diritto di fare la guerra”, e la terza nella categoria dello jus in bello, il
“diritto [da rispettare] durante la guerra”):

  • che la guerra sia dichiarata dalla “legittima autorità” (legitima auctoritas
    ),
  • che sia intrapresa per una “giusta causa” (iusta causa),
  • che sia condotta nei “modi legittimi”, commisurati al fine della guerra (
    debitus modus).

La dottrina della guerra giusta era concettualmente molto diversa da quella
della legittima difesa, se non altro perché la prima poteva considerare “giusta”
anche una guerra offensiva, e non solo quella difensiva. La dottrina della
legittima difesa, inoltre, giustifica una reazione anche violenta soltanto di
fronte ad un’aggressione ingiusta “in atto”, o perlomeno incombente, mentre la
dottrina della giusta poneva solo la clausola di un “giustificato motivo”, che
non necessariamente era riconducibile solo ad una aggressione già in atto.

RIELABORAZIONE TEOLOGICA CONTEMPORANEA
Soprattutto nella seconda metà del XX secolo, diversi teologi cattolici
rifletterono sul fatto che la dottrina della guerra giusta è servita come
giustificazione ideologica per ogni tipo di guerra: lungo i secoli, anche Stati
che si dichiaravano cristiani o difensori della fede si sono impegnati in ogni
genere di guerre, difensive e offensive, trovando nei principi della dottrina
della guerra giusta l’occasione per sgravare soprattutto la coscienza dei
sovrani dall’accusa di commettere un peccato mortale quando intraprendevano una
guerra.

La dottrina della guerra giusta cominciò così a rivelare numerosi punti deboli,
e ciò ha portato anche la teologia morale cattolica a rimettere in discussione i
principi consolidati.

Per esempio:

  • Il principio della legitima auctoritas sancisce che soltanto la pubblica
    autorità dello Stato può dichiarare una guerra: ma se un popolo non è
    costituito in Stato sovrano riconosciuto internazionalmente, quale legittima
    autorità potrà dichiarare una guerra? Di fatto, ogni guerra fatta – per
    esempio – per liberarsi da un giogo coloniale sarebbe vista come “terrorismo
    “, come l’aggressione armata di un gruppo privato contro la sovranità di uno
    Stato, e quindi non potrebbe mai essere “giusta”. La clausola della legitima
    auctoritas, inoltre, era posta soprattutto per impedire che le guerre fossero
    fatte scoppiare da privati cittadini a tutela dei loro privati interessi; in
    realtà, però, la storia mostra come questa condizione non abbia affatto
    impedito che nel corso dei secoli si siano combattute, e si combattano
    tuttora, guerre per interessi particolari: alcuni soggetti privati, di fatto,
    hanno sempre avuto un grande influsso sull’autorità pubblica (si pensi alla
    Compagnia delle Indie, che era un’impresa privata), e quando era nei loro
    interessi che si intraprendesse una guerra contro un concorrente, non era
    difficile per loro far sì che lo Stato stesso gli dichiarasse guerra.
  • Il principio del debitus modus è regolato soprattutto dalla legge morale
    naturale e dal diritto internazionale. Ma la legge naturale ha il grande
    limite di essere assai indeterminata (quando, per esempio, una rappresaglia
    può essere considerata “proporzionata” o “sproporzionata” in base al’etica
    naturale?), mentre il diritto internazionale porta in sé il grande difetto di
    non comportare altra sanzione per le sue violazioni se non un’altra guerra:
    in questo modo, di fronte alla violazione del debitus modus, l’unica
    soluzione resterebbe l’allargamento del conflitto. Il generale Francisco
    Franco, per esempio, si giustificò di fronte alla Chiesa cattolico-romana (di
    cui era il campione e il difensore in Spagna) per il bombardamento a tappeto
    di Guernica, affermando che comunque esso era proporzionato al giusto fine di
    demoralizzare la popolazione ribelle e stabilire l’ordine nel Paese.

«Resta il fatto che in nessuna delle guerre degli ultimi secoli il debito modo
ha esercitato alcuna influenza sulle scelte dei governanti, e neppure sui
giudizi che i cristiani – e le Chiese – hanno dato di tali scelte. Nessun
governo è stato pubblicamente e solennemente condannato da alcuna Chiesa
cristiana per il modo di condurre una guerra, né – salvo rarissime eccezioni –
nessun cristiano si è rifiutato di obbedire ai superiori che gli ordinavano di
mettere in atto modi indebiti. La clausola è ragionevole, ma è sempre stata, ed
è tuttora, inefficace.»

(Enrico Chiavacci) * Circa, infine, la iusta causa, bisogna dire che, lungo i secoli, come “giuste
cause” furono addotti praticamente tutti i motivi immaginabili: la promozione
della fede cattolica, l’apporto di un generico beneficio all’umanità, il
libero commercio, e così via. Nessuna autorità ecclesiastica cattolica, per
esempio, obiettò al preteso diritto dell’Italia ad avere più terre da
coltivare (un “posto al sole”) come giusta causa per scatenare le guerre per
le colonie.

Tutta questa riflessione portò ad alcuni passi significativi compiuti anche dal
magistero cattolico. Il papa Giovanni XXIII, per esempio, nella sua enciclica
Pacem in Terris mise di fatto in discussione tutti e tre i principi della guerra
giusta, affermando che, nell’era degli armamenti atomici, fosse addirittura

(LA)«alienum a ratione bellum iam aptum esse ad violata iura sarcienda.»

(IT)«estraneo alla ragione [ritenere] che la guerra possa essere uno strumento
adatto per rivendicare dei diritti violati.»

Significativamente, il concilio ecumenico Vaticano II si rifiutò anche solo di
parlare di “guerra giusta” nei suoi documenti ufficiali, adottando piuttosto le
riflessioni sulla legittima difesa in campo internazionale come unico ambito in
cui affrontare il tema della tutela dei diritti dei popoli nell’ambito del bene
dell’intera umanità (Gaudium et spes, 77-82).

BIBLIOGRAFIA

  • V. Cathrein, Philosophia moralis, 20ª ed., Friburgo di Brisgovia, Herder,
    1955, tesi 105-106.
  • Enrico Chiavacci, Teologia morale, 3/2, Assisi, Roma, 1990, pp. 69-72.

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Fragging

Nelle United States Armed Forces il fragging (dal termine inglese fragmentation
grenade, granata a frammentazione) indica un’azione compiuta intenzionalmente
per assassinare un altro militare, in particolare il proprio comandante o un
altro membro del corpo combattente. Per estensione, il termine può essere
applicato per indicare la deliberata manipolazione della catena di comando
ottenuta attraverso l’esposizione intenzionale a una situazione di pericolo di
un membro o di un’unità, al fine di annientarlo/i. Ad esempio, può essere
ordinato ad un singolo soldato di compiere un’azione particolarmente rischiosa
ed esporlo ripetutamente ad azioni simili fino alla sua morte.

STORIA
Il termine, coniato durante la Guerra del Vietnam, originariamente aveva un
significato definito: era principalmente usato per indicare l’assassinio di
ufficiali impopolari da parte delle sue unità di combattimento. Per far sembrare
accidentali questi omicidi e occultare le reali intenzioni dei militari
coinvolti, all’inizio venivano utilizzate delle granate a frammentazione per
simulare un’azione di combattimento con il nemico.

In seguito il termine ha subito uno slittamento semantico e con il significato
attuale può essere applicato a qualunque membro, dal semplice arruolato
all’ufficiale, e non riguarda più solo i graduati, e soprattutto non riguarda
più solo un’azione deliberata e diretta da parte di un sottoposto del corpo
militare.

BIBLIOGRAFIA

  • Lepre, George. Fragging: Why U.S. Soldiers Assaulted their Officers in
    Vietnam. Lubbock: Texas Tech University Press, 2011.

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《 Processo di Norimberga #e20 – ITALIA ALATA

https://italiaalata.wordpress.com/2020/04/12/processo-di-norimberga-e20/

  1. Il primo e più famoso di questi processi fu il Processo dei principali criminali di guerra davanti al Tribunale militare internazionale (IMT),
  2. Legge numero 10 del Consiglio di Controllo dal Tribunale militare di Norimberga (NMT), e comprese anche il famoso Processo ai dottori.
  3. Nella successiva Conferenza di Teheran, dal 28
    novembre al 1º dicembre dello stesso anno, venne esteso il concetto di crimine
    nazionale a un più ampio livello e superato il concetto della punibilità
    nazionale.
  4. le tre principali potenze del
    tempo di guerra Stati Uniti d’America, Unione Sovietica e Regno Unito, si
    accordarono sul metodo per punire i responsabili dei crimini di guerra commessi e in seguito con la Francia

Ognuna delle quattro nazioni giudicanti fornì un giudice, un sostituto e i
procuratori.

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Diritto internazionale umanitario (DIU)

Il diritto internazionale umanitario (DIU) è l’insieme delle norme di diritto
internazionale che riguarda la protezione delle cosiddette vittime di guerra o
vittime dei conflitti armati.

Costituisce una parte molto importante del diritto internazionale pubblico e
include le regole che, in tempo di conflitto armato, proteggono le persone che
non prendono, o non prendono più, parte alle ostilità e pongono limiti
all’impiego di armamenti, mezzi e metodi di guerra.

FONTI
Lo stesso argomento in dettaglio: Convenzioni di Ginevra.La base fondamentale
del diritto umanitario è attualmente costituita dalla prima Convenzione di
Ginevra del 22 agosto 1864 (data di nascita del Diritto Internazionale
Umanitario), dalle quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 e dai successivi due
Protocolli aggiuntivi dell’Aja del 1977.

Comprende anche il cosiddetto diritto bellico, che tratta dei doveri
comportamentali dei combattenti in un conflitto e dei mezzi e metodi di guerra.
Per questo motivo è anche definito come ius in bello, ovvero le regole che, in
caso di conflitto armato, devono indirizzare la condotta delle operazioni
belliche.

Ad esso vanno aggiunti molti altri, quali la Convenzione Aja del 16 aprile 1290,
in materia di protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, la
Convenzione di Ottawa del 1997 sull’eliminazione delle mine antipersona, le
convenzioni in materia di divieto di uso di armi indiscriminanti e di modifica
ambientale.

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa intende per diritto internazionale
umanitario applicabile nei conflitti armati l’insieme dei trattati
internazionali o delle regole consuetudinarie che sono specificamente tesi a
risolvere le questioni di carattere umanitario direttamente causate da conflitti
armati, di natura sia internazionale che interna; per motivi umanitari queste
regole limitano il diritto delle parti in conflitto nella scelta dei mezzi o
metodi di combattimento e proteggono le persone e i beni coinvolti, o che
rischiano di rimanere coinvolti, nel conflitto.

LE VITTIME DI GUERRA O VITTIME DEI CONFLITTI ARMATI
Sono considerati vittime di guerra tutte le persone che non hanno mai
partecipato ai combattimenti o che hanno cessato di parteciparvi.

Dai titoli delle quattro Convenzioni di Ginevra è agevole risalire alle
specifiche categorie, che sono:

  • la popolazione civile;
  • i feriti;
  • i naufraghi;
  • gli ammalati;
  • i caduti;
  • i prigionieri di guerra.

In seguito all’ampliamento del concetto di vittima dei conflitti armati la
definizione è stata estesa, mediante specifiche Convenzioni internazionali,
anche ad oggetti diversi dalle persone, e precisamente:

  • ai beni culturali;
  • all’ambiente.

PRINCIPI FONDAMENTALI DEL DIU
Il principio di simmetria del diritto internazionale umanitario – di cui
all’articolo 102 della terza Convenzione di Ginevra – trae una conseguenza
importante dal principio dell’eguaglianza tra i belligeranti, secondo cui il
diritto bellico si applica tanto all’aggressore quanto all’aggredito, che sono
ambedue uguali dinanzi alle leggi di guerra: la sua solidità sarebbe
irrimediabilmente minata se dovessero applicarsi regole diverse, per cui si
tratta di un principio di rango consuetudinario di cui il preambolo del I
Protocollo del 1977 offre solo una codificazione (“Le disposizioni delle
Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949 e del presente Protocollo devono
essere pienamente applicate in ogni circostanza a tutte le persone protette da
detti strumenti, senza alcuna distinzione sfavorevole fondata sulla natura od
origine del conflitto armato, o sulle cause invocate dalle parti in conflitto o
ad esse attribuite”).

Hans Peter Gasser, già principale consulente per gli affari legali del CICR
(Comitato Internazionale della Croce Rossa), definisce i seguenti principi
fondamentali del diritto internazionale umanitario:

  1. Rispettare, difendere e trattare in modo umano gli individui che
    partecipano, o hanno preso parte, ad azioni di ostilità, garantendo loro
    l’assistenza necessaria, senza alcuna discriminazione.
  2. Trattare umanamente i prigionieri di guerra e chiunque è stato privato della
    libertà, proteggendoli da ogni tipo di violenza, in particolare la tortura.
    In caso di processo, essi hanno il diritto di avere le garanzie fondamentali
    di qualsiasi normale procedimento giuridico.
  3. Poiché il diritto delle parti coinvolte in un conflitto armato all’uso di
    metodi o strumenti di guerra non è senza limiti, è illecito infliggere
    ulteriori pene o sofferenze inutili.

Sulla base di simili principi è ad esempio proibito aggredire medici, ambulanze
o ospedali da campo recanti i simboli di Croce Rossa, Mezzaluna Rossa o
Cristallo Rosso, emblemi del Movimento Internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna
Rossa. È altresì proibito sparare a una persona o a un veicolo che espone una
bandiera bianca, dato che essa indica l’intenzione di arrendersi o la volontà di
patteggiare. In entrambi i casi, le persone sotto la protezione della Croce
Rossa o della bandiera bianca devono rimanere neutrali; non possono quindi
compiere azioni ostili e atti di violenza o portare armi o munizioni, poiché
questo costituisce una violazione del codice di guerra.

Altri istituti che sono regolamentati, a volte in concorrenza con il diritto
bellico, sono norme che riguardano la dichiarazione di guerra (la Carta delle
Nazioni Unite del 1945, agli artt. 2 e successivi limita il diritto degli Stati
membri a dichiarare guerra, come pure il Patto Briand-Kellogg, stipulato nel
1928, per le nazioni che lo hanno sottoscritto ma usato contro la Germania
durante il Processo di Norimberga), l’accettazione della resa ed il trattamento
dei prigionieri di guerra; l’esecuzione di crimini efferati; il divieto di
aggredire intenzionalmente i civili e la proibizione ad usare armi di
distruzione di massa.

È una violazione delle norme intraprendere altresì un’azione militare senza
rispettare precise regole, come indossare la propria uniforme o qualsiasi altro
simbolo facilmente identificabile e portare armi bene in vista. È proibito
vestire l’uniforme nemica e impersonare un soldato della parte avversa, con il
fine di combattere e catturare ostaggi.

VIOLAZIONI E SANZIONI
I soldati che violano determinate disposizioni del codice di guerra perdono ogni
tutela e lo status di prigionieri di guerra, ma questo avviene solo davanti ad
un “tribunale competente”, secondo quanto sancisce l’art. 5 della Terza
Convenzione di Ginevra. Da quel momento, pur essendo considerati colpevoli,
“continuano ad essere trattati con umanità e, se citati in giudizio, godono i
diritti garantiti da un processo equo e regolare”, poiché vige ancora la tutela
concessa dall’art. 5 della Quarta Convenzione di Ginevra.
Ad esempio, nel secondo conflitto mondiale, durante la battaglia delle Ardenne
le SS tedesche indossarono le divise delle truppe americane allo scopo di
cogliere di sorpresa e uccidere i soldati nemici sul loro fronte; per alcuni di
loro l’esecuzione dopo la cattura, nonostante la resa, fu immediata.

La tutela legale di spie e terroristi in caso di conflitto è garantita soltanto
se la potenza che li detiene è coinvolta in ostilità o in una guerra, fino al
momento in cui viene appurato che si tratta di combattenti responsabili di
crimini.
Per le loro azioni possono essere chiamati a giudizio, secondo le circostanze,
davanti ad un tribunale civile o militare e, in pratica, sono stati sottoposti a
tortura e/o condannati a morte, anche se le leggi di guerra non approvano e
neppure condannano simili comportamenti, in quanto esulano dalla loro finalità.
Le nazioni che hanno sottoscritto la Convenzione dell’ONU contro la Tortura del
10 dicembre 1984, si sono in ogni caso impegnate a non sottoporre mai alcun
individuo a tortura.

Al termine di un conflitto, chiunque abbia infranto le leggi di guerra e abbia
commesso efferati delitti può essere messo sotto accusa per crimini di guerra e
processato.

GUERRE CIVILI E PROTOCOLLI AGGIUNTIVI DEL 1977
La Terza Convenzione di Ginevra riconosce a un soldato o ad un belligerante in
un conflitto armato internazionale lo status di “combattente legittimo” e, di
conseguenza quello di “prigioniero di guerra” in caso di cattura, nei seguenti
casi:

(a) quando riceve ordini da una persona di grado superiore e responsabile dei
suoi subalterni;(b) quando porta un segno distintivo in modo da essere
riconosciuto da lontano;(c) quando porta armi ben visibili;(d) quando svolge le
operazioni in conformità con le leggi e gli usi di guerra. (Art. 4)I combattenti
legittimi hanno uno speciale “privilegio”, in virtù del quale sono esclusi
dall’obbligo di rispettare il codice civile del paese in cui sono in guerra.
Questo implica che non debbano subire un processo, per esempio, per omicidio
quando uccidono i soldati nemici. I prigionieri di guerra usufruiscono di questo
privilegio se accusati di crimini dopo la cattura; secondo le leggi e le
consuetudini di guerra possono essere imputati per crimini di guerra ma non per
atti di violenza, come l’uccisione o la cattura di soldati o la distruzione di
obiettivi militari.

CONFLITTI INTERNI
I Protocolli aggiuntivi alle Convenzioni di Ginevra – adottati a Ginevra l’8
giugno 1977 dalla conferenza per la riaffermazione e lo sviluppo del diritto
internazionale umanitario applicabile nei conflitti armati e aperti alla firma a
Berna il 12 dicembre 1977 – cercano, tra l’altro, di far riconoscere lo stato di
combattente legittimo anche al partito insurrezionale di determinate guerre
civili.

Le modalità di questo riconoscimento sono duplici: nel caso del primo
protocollo, viene operata un’equiparazione de iure.

Il termine “conflitto armato internazionale” – nel primo dei due Protocolli – di
solito si estende anche ai conflitti armati in cui “le popolazioni combattono
contro il colonialismo e l’occupazione dei territori da parte di Stati esteri e
contro i governi razzisti nell’esercizio del diritto di auto-determinazione
sancito nella Carta delle Nazioni Unite e nella Dichiarazione dei principi di
diritto internazionale riguardanti i rapporti amichevoli e la co-operazione tra
gli Stati, che fa riferimento alla Carta delle Nazioni Unite” (art. 1)

Secondo l’opinione di Noam Chomsky, eminente linguista e critico di sinistra, il
riferimento ai conflitti armati contro i regimi razzisti allude chiaramente alla
resistenza armata di quegli anni contro il regime dell’apartheid in Sudafrica,
mentre quello contro l’occupazione straniera si riferisce alla resistenza armata
contro le varie occupazioni di Israele di quel periodo. Infatti, l’art. 44
sancisce:

Allo scopo di salvaguardare l’incolumità della popolazione civile, i soldati in
combattimento hanno l’obbligo di distinguersi tra i civili quando sono impegnati
in un attacco o in un’operazione militare precedente ad un’incursione.
Riconoscendo, comunque, che esistono situazioni nei conflitti armati dove, a
causa della natura delle ostilità, può succedere che un soldato armato non
riesca a farsi riconoscere, egli mantiene il suo stato di combattente purché, in
questi casi, porti le armi ben in evidenza.L’art. 44 quindi stabilisce:

Il presente articolo non ha lo scopo di modificare l’usanza degli Stati,
generalmente riconosciuta, di far indossare l’uniforme ai soldati destinati ad
un esercito regolare ed in divisa della nazione coinvolta in un conflitto.Se
l’attribuzione de jure ai predetti conflitti della natura di conflitti
internazionali – quanto meno quando sono utilizzati mezzi violenti o terrorismo

  • è assai contestata in dottrina, è però il secondo protocollo addizionale alle
    convenzioni di Ginevra (relativo alla protezione delle vittime dei conflitti
    armati non internazionali) ad avere in prospettiva l’effetto più dirompente.

Il II Protocollo, rispetto alle Convenzioni stipulate nel 1949 che obbligano i
soldati ad indossare divise, attribuisce lo status di combattente legittimo
anche a chi combatte una guerra civile senza un’uniforme, purché abbia le armi
in evidenza durante le azioni militari; più in generale, accorda a tutti i
combattenti dei conflitti non internazionali la protezione dell’articolo 3
comune delle citate Convenzioni di Ginevra del 1949.

Le disposizioni dei due Protocolli sono entrate in vigore – con efficacia
pattizia vincolante – per gli oltre 160 Stati firmatari che li hanno anche
ratificati, ma alcune delle nazioni che potrebbero venire coinvolte direttamente
o indirettamente in un conflitto, soprattutto in una guerra civile, si sono
rifiutati di ratificarli (tra questi, Stati Uniti d’America, Israele, India,
Iran e Turchia). Ma anche quelli che li hanno ratificati hanno spesso apposto
riserve o dichiarazioni unilaterali che pongono restrizioni all’accettazione
totale (Australia, Cina, Francia, Germania, Repubblica Russa, Spagna e Regno
Unito) o che mirano a contestare l’incorporazione in essa del diritto
consuetudinario.

RICONGIUNGIMENTO AI FAMILIARI
Collegato al DIU è anche il lavoro di ricerca della Croce Rossa Internazionale
per il ricongiungimento ai familiari dei dispersi per cause di guerra.

BIBLIOGRAFIA

  • Cornelio Sommaruga, Il diritto internazionale umanitario e il suo rispetto:
    una sfida permanente, in “Rivista di Studi Politici Internazionali”, a. 79
    (2012), fasc. 313, pp. 25–34.

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Prigioniero di guerra

Un prigioniero di guerra (in lingua inglese POW, acronimo dell’inglese prisoner
of war) è un individuo, tipicamente un militare o ad esso assimilato, che viene
catturato dalle forze armate belligeranti avversarie, in regolare azione di
combattimento durante una guerra.

DISCIPLINA NORMATIVA
Le convenzioni di Ginevra estendono la definizione di militare o omologato tale
a qualsiasi elemento in armi, mentre versioni precedenti obbligavano all’impiego
di chiari e visibili distintivi o altri elementi di riconoscimento da portare a
distanza.

Questa è una delle motivazioni per cui in vari casi i belligeranti non hanno
riconosciuto lo status di prigionieri di guerra, bensì di spie o sabotatori, a
elementi catturati senza le specifiche indicate.

Le convenzioni che hanno regolato e regolano la materia, pur con modifiche
occorse negli anni, concedono al prigioniero di guerra alcuni diritti
fondamentali, come quello all’alimentazione, alle cure sanitarie e alla fuga. Il
prigioniero di guerra, infatti, ha diritto di tentare la fuga e di impegnare
quante più forze possibile del nemico per la sua cattura.

Il diritto internazionale affida alla potenza protettrice, nominata dalla
nazione dei prigionieri, di vigilare sulla corretta applicazione dei trattati.

Gli ufficiali sono esentati dal lavoro manuale, se non previa loro esplicita
richiesta, mentre soldati e graduati di truppa possono essere obbligati al
lavoro manuale forzato.

LO STATUS GIURIDICO
Lo status di “prigioniero di guerra” va poi differenziato da quello di “civile
internato”, che riguarda il caso di civili appartenenti a nazione ostile che si
trovano all’interno del territorio del belligerante allo scoppio delle ostilità.

Alla fine della seconda guerra mondiale le potenze Alleate definirono milioni di
prigionieri tedeschi come Forze nemiche disarmate (Disarmed Enemy Forces, per
gli Stati Uniti d’America, e Surrendered Enemy Personnel, per gli inglesi)
proprio per aggirare gli impegni previsti dalla Convenzione di Ginevra.

BIBLIOGRAFIA

  • Stephen Ambrose, Gunter Bischoff, Introduction, in: Louisiana State
    University Press, 1992;
  • Gunter Bischoff, Bacque and Historial Evidence, in: Eisenhower and the German
    POWs, Louisiana State University Press, 1992;

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3.0.

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